Non basta trattare gli influencer come media, occorre creare valore insieme a loro: questo valore si misura in utilità, concetto che ha una serie di necessarie implicazioni”, Infutility, di Flavia Rubino, Marcello Coppa, Claudio Gagliardini, Francesco Russo.

Dopo avere scoperto LovBy in una delle mie ultime scorribande in internet, mi sono detta che forse valeva la pena capire qualcosa di più sull’Influencer Marketing e sulla velocità con cui si sta diffondendo sempre più.

Partendo dal presupposto che “Le persone sono importanti perché i mercati sono conversazioni” (la prima frase del Cluetrain Manifesto) e che i social network sono unità che raggruppano persone legate tra loro da diversi tipi di nessi di coesione, l’influencer marketing è sempre più scelto dai brand per raggiungere il proprio target di riferimento attraverso valutazioni positive da parte degli utenti stessi. E gli ottimi risultati raggiunti rispetto alle campagne tradizionali non sono dovuti soltanto all’efficacia del Word of Mouth, ma anche al fatto che oggi, circa il 47% dei consumatori online usa sistemi di “Ad block” per evitare di visualizzare banner pubblicitari mentre sta navigando.

Ma di cosa si tratta concretamente? Wikipedia definisce l’influencer marketing come “una forma di marketing basata sull’identificazione delle persone che hanno influenza sui potenziali acquirenti”: le aziende non vendono direttamente i loro servizi/prodotti ma si affidano a personaggi che hanno credibilità, conoscenza e competenza per fare arrivare il proprio messaggio al pubblico. Come? Rinunciando necessariamente al controllo totale della comunicazione e trasferendo loro determinate conoscenze su un certo prodotto, coinvolgendoli direttamente nelle fasi di progettazione e di studio, prima ancora di quelle di commercializzazione, dando vita a un processo di co-creazione e comunicazione collaborativa: i contenuti migliori in questo modo nascono dalla fiducia.

Influencer come aggregatore quindi, come snodo di relazioni e conversazioni rilevanti, ma anche come persona di fiducia in grado di trasmettere e diffondere un’idea o farci prendere una decisione, scegliendo un comportamento piuttosto di un altro e comunque in grado di influenzare, se non proprio cambiare le nostre opinioni, mettendo in luce aspetti che, senza il suo intervento, probabilmente, non avremmo mai considerato.
E Influencer Marketing come evoluzione del Word of Mouth (WoM), sicuramente più efficace se considerato all’interno di una strategia di marketing di lungo periodo e partendo dal presupposto che online non si acquista più il prodotto pubblicizzato meglio ma quello che ha ricevuto il maggior numero di valutazioni positive da parte degli utenti.

LovByè solo uno degli ultimi operatori di Influencer Marketing che hanno captato questa tendenza, mettendo l’influenza dei brand lover al servizio del marchio e dei suoi prodotti: gli utenti del sito, ovvero persone comuni, clienti o affezionati dei marchi proposti, vengono ingaggiati dalle aziende e chiamati a compiere delle missioni per i propri brand preferiti in cambio di una ricompensa, diventando così ambasciatori del pridotto.

Anche YourBrand.Camp si occupa di co‐creazione e marketing collaborativo. La start up lanciata dal The Talking Village permette infatti a influencer e imprese di lavorare insieme su progetti di comunicazione gestiti con un approccio di co‐marketing e co‐blogging. Uno di questi riguarda proprio il tema dell’Influencer Marketing, da cui è scaturito un manifesto e il Book #inflUTILITYa cura di Flavia Rubino, Marcello Coppa, Claudio Gagliardini e Franz Russo, da cui ho tratto la citazione iniziale.

Ma come si diventa influencer? Per prima cosa bisogna considerare il fatto che non sono i numeri a rendere tale un influencer, quanto piuttosto la fiducia e la stima che i  follower ripongono in lui, una fiducia dettata per lo più dalla sua autorevolezza e dalla capacità di coinvolgere altri utenti nelle conversazioni, ma anche dal taglio innovativo e dall’utilità dei contenuti, dalla competenza e dalla passione dimostrata, dalla schiettezza e dalla sua, perlomeno apparente, imparzialità. Tutti questi tratti distintivi contribuiscono a rendere l’influencer facilmente identificabile da parte di un certo tipo di target e a conferirgli una cera verticalità su una determinata materia o tematica: la sfida rimane quella di creare contenuti di qualità in grado di emergere dai rumori di fondo della rete facendo leva su degli insight abbastanza forti da diventare ganci emotivi.

La nuova era del marketing sembra dunque arrivata: un marketing da fare con le persone e non alle persone.

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